1911 - 2011
 

> EDUCARE OGGI - Rubrica dedicata a tematiche educative di pubblico interesse

 
Con questa rubrica l'Associazione "Rina Erica", ritenendo di fare cosa utile e gradita, si propone di segnalare documenti, articoli ed altro, a firma di esperti, particolarmente interessanti per i temi affrontati in campo educativo e di comportamento. E' una ulteriore modalità per celebrare il PRIMO SECOLO di vita della nostra istituzione e per contribuire alle riflessioni dei genitori, primi depositari del dovere educativo nei confronti dei figli.
 
Il seguente articolo è ripreso da "Genitori e scuola"
Capricci e castighi .... di Silvia Tonelli
“Non basta dire al bambino quello che si ha intenzione di fare. È necessario anche fare quello che si dice”.  (Françoise Dolto - Psiconanalista francese)

Quale significato

Quasi tutti i genitori conoscono e vivono con i propri bambini la cosiddetta "età dei No". È proprio verso i due anni che iniziano le crisi di opposizione e con esse i "No" decisi che il bambino grida con tutto il corpo, dalla testa, al collo, alle spalle, piangendo e battendo i piedini per terra. Ma è anche l'età in cui il bambino inizia a dire "Io", quindi a riconoscere se stesso, a percepire il senso della propria unità corporea, a sentirsi dotato di un suo pensiero e di una sua volontà. È una fase molto importante dello sviluppo, il bambino può muoversi bene ed andare verso nuove esplorazioni, si allontana e si avvicina rispetto alla figura di riferimento, sperimenta gli albori delle sue piccole aree di autonomia.

Limiti e regole

Il bambino capisce che il "No" diventa, per lui, un arma magica e potentissima che può produrre un effetto nell'ambiente. Diventa uno strumento con il quale il bambino sfida l'adulto e lo fa per sperimentarsi, per capire fin dove può spingersi. In realtà sta cercando un contenimento che solo l'adulto può fornirgli con un chiaro sistema di limiti e di regole. I limiti danno al bambino il senso del confine territoriale entro cui gli è consentito muoversi, in termini fisici ed emotivi. I limiti sono necessari e devono essere dati dagli adulti. Insieme alle regole il bambino acquisirà pian piano i concetti di "cosa può fare" e "cosa non può fare". Almeno fino ai quattro, cinque anni i bambini sono tutti un po' maldestri e può mancare il senso del pericolo. La sua curiosità dovrebbe essere, protetta ma non repressa. È possibile utilizzare alcuni accorgimenti, come ad esempio assicurarsi che la casa sia "a portata di bambino", con gli oggetti più fragili o pericolosi in alto in modo che non possa prenderli, oppure mettere su una parete della carta in modo che possa colorare su questa e non imbrattare il muro. È fondamentale non reprimerlo, ma stabilire delle regole.

Alcune “classiche situazioni"

Spesso alcuni genitori raccontano come il capriccio scoppi all'improvviso senza un motivo apparente e persino in luoghi meno opportuni, come il supermercato per esempio, mettendo il genitore in imbarazzo. Un' altra situazione tipica avviene quando il bambino non vuole restituire un giocattolo e si impunta dicendo "è mio!". In quest'ultimo caso il bambino sente minacciata la sua idea di possesso. Nella sua fantasia quell'oggetto rappresenta parte di sé, qualunque esso sia. In questi casi un intervento deciso e fermo è utile, perché sarebbe molto improbabile riuscire a convincerlo a restituire l'oggetto. Appena il conflitto cessa e torna la calma, si può provare a spiegare la differenza tra "mio" e "tuo". Ad esempio dicendo: "se qualcuno ti portasse via il tuo orsacchiotto gridando “è mio” glielo lasceresti?".
Probabilmente al bambino di due - tre anni sfugge ancora il senso logico di questa affermazione ma non certamente quello emotivo. È difficile che i capricci di un bambino siano tutto immotivati. Per capire che cosa lo può spingere ad opporsi, bisogna "allenarsi" ad un ascolto attento che porti a mettersi nei suoi panni e leggere fra le righe. I capricci molto noiosi, i continui lamenti che sfiniscono talvolta l'adulto, potrebbero essere l'unico modo, in quel momento, per avere maggiore attenzione dai genitori. Questo può accadere alla nascita di un fratellino, momento delicato in cui il bambino si sente trascurato e messo da parte.

Le reazioni dei genitori

Il rimprovero. Nel momento in cui il bambino attiva reazioni eccessive,  può essere utile il rimprovero, purché non sia nocivo. Deve cioè limitarsi al fatto in sé, alla trasgressione, tralasciando ulteriori osservazioni sulla personalità del bambino, e senza ferire la sua dignità. Andare in collera non è una colpa, una reazione di rabbia è talvolta salutare se equilibrata (i bambini questo lo imparano) e se viene tradotta in termini emotivi adeguati: " la mia pazienza ha un limite oltre al quale la mamma prova rabbia per questa cosa che tu fai".

Le punizioni. Con la punizione fisica, come gli sculaccioni, certamente si ottiene ciò che si desidera dal bambino, oltre a permettere al genitore di scaricare la sua tensione. Questo tipo di apprendimento è però nocivo per il bambino in quanto è un modo per umiliarlo e cercare di imporre un gioco di potere altamente diseducativo. Le punizioni sono invece importanti, quando si cerca di fare valere il proprio "No" in modo fermo, convinti della propria decisione. È la comunicazione che passa ad essere importante e deve esser utile al bambino per imparare. Quando il bambino è ancora piccolo, lo si può lasciare in castigo in camera sua a sbollire la sua "stizza", anticipando comunque una spiegazione. A quattro anni invece il bambino comincia a comprendere il significato della punizione e sa che ad una causa corrisponde un effetto.

Gli errori dei genitori

Incoerenza. Castigo e consolazione: uno degli errori più diffusi nei genitori è l'incoerenza nelle sue diverse forme. Per educare un bambino, i genitori devono essere loro stessi i primi a non infrangere i patti e le regole che hanno stabilito. C'è chi un giorno è indulgente e un altro no: così il bambino non capisce perché lo stesso comportamento un giorno va bene e l'altro no, oppure perché un giorno passa inosservato ed un altro viene castigato. Le decisioni prese dai genitori devono essere chiare: entrambi concordi sul da farsi, così da evitare confusione e disorientamento nel bambino. Accade molto più spesso di quanto si possa immaginare che il bambino venga rimproverato e messo in castigo per un motivo giusto e "grave" da un genitore o da entrambi, e che poi dopo un breve, brevissimo tempo, lo si vada a consolare e coccolare. Se ciò accade sempre, diventando una modalità abituale, genera confusione e diseducazione. Ma che cosa accade in questo caso? Può insorgere nel genitore il "senso di colpa" per ciò che è accaduto e per aver sgridato il bambino.
Il senso di colpa muove nel genitore un conseguente comportamento riparativo che porta al consolare, coccolare il bambino.
Questo è altamente incoerente e sbagliato. Il limite, la regola, il divieto rappresentano inevitabilmente delle frustrazioni, sia in chi li dà, sia in chi li riceve: se il genitore non riesce a gestire tali frustrazioni come potrà essere di esempio per il bambino? Inoltre un rimprovero subito rimangiato genera confusione e tali comportamenti genitoriali potrebbero diventare un "al lupo al lupo!" a cui il bambino non crederà più. Quando però un genitore si accorge di essersi comportato in modo non solo incoerente ma anche ingiusto, punendo il bambino per una cosa da nulla, è importante che sappia riconoscerlo subito: "Mi dispiace: ho sbagliato. Oggi sono molto stanco e ho perso la pazienza ... ". È bene che il bambino sappia che anche ai genitori può capitare di sbagliare.

Lasciar correre. Non dire nulla, far finta di niente o giustificare tutto non va bene. I genitori che non si arrabbiano mai, lanciano al bambino un messaggio di indifferenza e disinteresse.

La minaccia. "Se lo rifai ancora una volta ... ", a volte la minaccia si trasforma nella vera e propria esigenza di fare ciò che è proibito. Si tratta di una vera e propria sfida all'autostima e all'autonomia del bambino. Alcune si presentano sotto forma di minacce-ricompense che poi il genitore non riesce a mantenere: "se farai i compiti, ti porterò al parco .... " E poi ci si dimentica, suscitando nel bambino aspettative disilluse.

( Scarica l'articolo in formato P.d.f..... Capricci ) ..........
 
Il seguente articolo è ripreso da "P.I.B. - Prima i Bambini - pubblicazione FISM
Pazienza e maggior tempo .... di Luigi Domenghini
(ma che potremmo anche titolare "Quando ci vogliono... ci vogliono)

Un metodo disciplinare che accende da sempre focosi dibattiti è senza dubbio il ricorso alla sculacciata, giustificato con la frase: "Quando ci vogliono... ci vogliono"; ma così non dovrebbe essere in quanto quello non è per niente un metodo educativo, è solo e soltanto violenza e i violentati, non solo - prima o poi - si ribellano ai violentatori, ma diventeranno loro stessi aggressivi e brutali. Sappiamo tutti per esperienza che con la "forza" si ottiene tutto e subito, ma chi subisce - giustamente - appena può reagisce, lotta contro l'oppressore e sarà (la cosa è largamente dimostrata) anch'egli manesco con i suoi figli. Quindi, se volete figli violenti ... picchiateli spesso.

Certamente alle botte si trovano molte giustificazioni. Alcune sono comuni e incomincerò proprio da queste sottolineando che si tratta di motivazioni non accettabili, classificabili sotto la voce "idee di pedagogia negativa". La più diffusa è: "Lo faccio per il suo bene e un domani mi ringrazierà". Il che sarebbe come dire che non ci sono alternative, che per educare un bambino bisogna prenderlo per forza a sberle. Si può, invece, in altro modo; certo ci vuole più pazienza, maggior tempo, più impegno, ma dà risultati più sicuri e duraturi. La più interessante: "Fa più male a me che a lui", l'ho sentita spesse volte ed è detta dal genitore che vorrebbe dimostrare un autentico amore per il figlio. Sono invece parole che suonano profondamente false. Sarebbe molto meglio dire che ho perso la pazienza e gliele ho suonate. Un'altra giustificazione è: "Lo sculaccio così capisce". Il guaio è che non capisce. Capisce altro, cioè che ha un genitore indegno del suo ruolo. Ho sentito anche questa: "Lo percuoto leggermente sulle guance quando lui picchia la sorellina". La frase si commenta da sola perché prendere "leggermente" a schiaffi il figlio per insegnargli a non farlo è di una "logica" davvero poco logica. E l'ultima: "Io stesso le ho prese tante volte e mi hanno fatto bene! In fondo non sono venuto proprio male...."; e qui è facile rispondere che sarebbe cresciuto meglio senza violenze.

Ma passiamo alle obiezioni serie. Mi chiede un papà che ha scoperto la figlia 13enne a fumare in bagno: "Due sonori ceffoni possono essere utili a ricordarle che in Italia muoiono ottantamila persone all'anno a causa delle sigarette?". Temo però che neanche le sberle inducano a smettere di fumare. Lasciano il dolore ed il sapore del proibito e la volontà di non farsi più beccare. "Però - dice una mamma - quando è in gioco la sicurezza, le percosse fisiche possono servire ad inibire un comportamento immediatamente molto rischioso. Proprio davanti a casa mia - continua - passa la ferrovia. Il divieto di andarvi è assoluto; ma mio figlio c'è andato di corsa per prendere il pallone". In questo caso alcuni robusti sculaccioni servono a fissare quei comportamenti come estremamente pericolosi e tutto sommato a salvarlo da un grave danno. Questa è indubbiamente una obiezione che ha ragioni da vendere, ma ancora una volta non sarà la violenza a risolvere il problema; chi l'ha detto che, avendolo percosso, l'avrà capita e non lo farà più? Molti casi dimostrano che così non avviene. Ecco infine l'ultima domanda che ci consente suggerimenti positivi e preventivi: "Ma quando dici ... dici ... dici... e non ti ascolta, forse c'è un solo modo per dimostrare che si fa sul serio ... o ce ne sono altri?". Ce ne sono altri indubbiamente; eccone alcuni: mai dare un ordine se non si è in grado di farlo rispettare; siccome verrà sicuramente rispettato, non c'è bisogno di castighi fisici nè di altro tipo; in caso di errore evitiamo l'immediata punizione, ma chiediamo un preciso impegno; ricorrere alle mani non educa la "volontà di far bene", la distrugge; dimostra invece che la forza è un modo efficace di risolvere i problemi, ma non insegna come vorremmo, che nella nostra famiglia abbiamo scelto di essere non violenti, perché convinti che sia possibile risolvere i conflitti con metodi pacifici. Se rispettiamo noi per primi la regola indiscutibile che in casa nostra non si picchia, lo faranno anche loro, pure tra di loro. Quando siamo arrabbiati e in collera, la cosa migliore è uscire di scena e rientrarvi quando avremo ritrovato la calma. Dopo essere stato sculacciato difficilmente un bambino si sentirà portato ad impegnarsi per rimediare; così non impara il comportamento corretto, insegnamoglielo invece, addirittura ripetendolo più volte con lui; se ha attraversato la strada senza guardare rifacciamo con lui il percorso, ripassiamo ogni singola azione, guardiamo a sinistra, poi a destra,... più avanti attenzione al semaforo e attraversiamo solo quando appare l'omino verde; lanciamo uno sguardo dietro l'angolo e diciamo; "Domani quando vai a scuola ti accompagno di nuovo, dopodomani ti guarderò a distanza e lunedì, finalmente, potrai andare da solo, perché ormai sei grande".

La violenza genera solo violenza e noi, invece, abbiamo preventivamente e positivamente scelto di essere tra coloro che si adoperano per la pace, per la non violenza.

(Scarica l'articolo in formato P.d.f..... aaa )
 
Pubblichiamo l'intervento di Piero Sacchetto dal titolo "L'infanzia tra dichiarazioni d'amore e gli impegni del rispetto", presentato in occasione del convegno "Prevenire il maltrattamento sui minori: indicazioni operative e strumenti di analisi", che si è svolto a Ferrara il 4 dicembre 2009.
L'infanzia tra di chiarazioni d'amore e gli impegni di rispetto .... di Piero Sacchetto
Non sono sicuro che sia indispensabile amare i bambini, tanto da rubar loro il cuore, da cercare di plasmarli a nostra immagini e somiglianza, secondo i contorni delle nostre aspettative o magari affidare a loro il compito, in qualche modo, di riscattarci diventando quello che noi non siamo stati capaci, o non abbiamo avuto il coraggio di essere, o non abbiamo potuto essere.
Il diventare…quanto è ingombrante e talvolta fuorviante nelle nostre relazioni, tra adulti e con chi è bambino e comunque più giovane di noi. La preoccupazione del diventare certamente proietta in un futuro prossimo e remoto, ma quando diventa profezia che ha da determinarsi a qualsiasi costo rischia, proprio al contrario di come si vorrebbe, di comprometterlo pesantemente, qualche volta di bruciarlo. È del domani, delle possibilità di viverlo appieno, che ci chiedono i bambini, ma anche dell’oggi, vivono l’oggi e dell’oggi ci chiedono conto, del tempo che riusciamo a ritagliare per loro, del pezzo di esistenza che stiamo vivendo al loro fianco. Pensando a quello che un bambino o un ragazzo dovrà essere, rischiamo talvolta di perdere di vista il presente, con la sua pesante influenza su ciò che sta accadendo e su ciò che accadrà. Un presente pesante anche degli eventi di un tempo che lo ha preceduto e lo precede ogni giorno, e che si riempie dei significati che vogliamo o non vogliamo, e che siamo capaci o meno capaci di attribuirgli.
Non so se nell’amore che professiamo per i bambini sia automaticamente incluso il rispetto, non so se il rispetto possa essere un’evoluzione dell’amore che nutriamo per i nostri figli e per quelli della comunità, quando sono cresciuti e rendono meno necessaria e vicina la nostra protezione. Non so per certo quando cominci o debba cominciare il rispetto; mi trovo a pensare che sia una forma cosciente dell’amore, dell’affetto, che ne attenua lo slancio proprietario che ogni oggetto d’amore sollecita e quasi impone. È sul rispetto, penso, che può declinarsi una relazione con i ragazzi, rispetto del quale siamo doppiamente testimoni: perché assistiamo al suo farsi e perché con i nostri comportamenti da adulti ne rappresentiamo e testimoniamo il senso.
Non sono sicuro che oggi sia diffuso il rispetto per i bambini e i ragazzi. Interesse economico per i bambini, questo senz’altro, interesse politico modesto e distribuito a macchia di leopardo nel nostro paese, investimento sociale su un capitale umano che prende corpo, forza, intenzioni, meno che modesto, oscillante tra disattenzione, rituali più o meno celebrativi o riparativi, affermazioni roboanti sull’infanzia come età dell’ingenuità, dell’innocenza, da proteggere da nemici che non siamo mai noi. Non sono sicuro di rispettare i bambini e i ragazzi quando rendo il loro percorso formativo pieno di ostacoli, quando riduco, svaluto, per evitare la fatica di valutare davvero, le figure che si occupano di loro. Quando non rispetto e non rispondo al loro desiderio di capire, non li accompagno della ricerca e costruzione di senso dello stare al mondo, prima ancora o almeno insieme allo stare in classe. Ma che mondo è il mondo della classe, che rapporto c’è tra il modo di stare tra compagni e il modo di stare in una società, quella di oggi e quella che sarà. Chi sono, come sono fatti e quanto sono disposti a mostrarsi gli adulti compagni di strada. Che cosa ci dicono del mondo con il loro stare al mondo. Che cosa ci dicono del passato e del futuro per il quale ogni ragazzo, si dice, deve prepararsi ad affrontare. Per questo si studia no? Ma intanto di quello che passa quotidianamente davanti agli occhi quando e come se ne parla. Quanta parte di vita occorre lasciare fuori dall’aula, per poter terminare i programmi. E dunque c’è il rischio che i programmi rimangano programmi di materie e non programmi di vita. Non sono sicuro di rispettare i bambini quando ragiono di scuola, meglio sarebbe dire ragiono male, in modo riduttivo, in termini puramente economici e decido che i risparmi vanno fatti proprio su quel terreno che dovrei rendere arricchire di sostanze nutrienti e di significati sociali e politici e rilevanti. Proprio là, dove il futuro radica le sue potenzialità, sottraggo energia, senso, valore. Proprio là, dove dovrei cogliere accenni di potenziali strappi, di identità che faticano a prendere corpo e senso, di implosione o esplosione di rapporti competitivi esasperati, dove dovrei portare e far respirare un’atmosfera di condivisione, cooperazione costruzione comune di conoscenza.
Conoscenza come strumento di possibili spiegazioni di ciò che accade, fuori e dentro la scuola, conoscenza come esercizio di pensiero con il quale si acquisisce familiarità, come modalità imprescindibile di essere nelle cose e non tra le cose. Proprio là, troppo spesso, il pensiero esercitato su rituali di apprendimento vissuti come assurdi – o per lo meno molto scomodi e mortificanti per chi insegna e chi è insegnato – si avvita su se stesso, si logora e perde senso, si riduce a formule, si irrigidisce in una ragioneria dell’informazione: non è questa, per altro, la misura delle performance? Non sono sicuro che si rispettino i bambini e i ragazzi quando si chiede loro di far proprie le nostre regole, in un paese dove non solo le regole vengono elegantemente e con un certo vanto trasgredite, ma è possibile garantirsi di poterlo fare impunemente. Non sono sicuro che si abbia rispetto per i bambini e i ragazzi quando si chiede loro di non fare come noi: è un meccanismo sorprendente. Guarda bene e stati attento e non fare come fa chi le regole è chiamato a metterle, a garantirne il rispetto, a riconoscerne e a farne riconoscere il senso, a proteggere i valori che le regole devono poter difendere. Un modo davvero diabolico di costruire quotidianamente disvalori mentre si sbandierano valori. È come gonfiare un palloncino per poterlo far scoppiare, mettere in acqua una barca per poterla affondare, stringere la mano al trasgressore, con la medesima mano che ha stretto poco prima – e stringerà poi – quella di chi trasgressore non è. Non sono sicuro che si rispettino i bambini e i ragazzi quando si alzano intorno a loro dei recinti, quando si costruisce per loro, mentre sono piccoli, una sorta di paradiso terrestre, senza poter evitarne, un giorno, la cacciata per ritrovarsi in un film (quello di prima è stato un film, una fiction) assai diverso. È offensivo, e davvero poco rispettoso, nascondere la realtà, impedire che questa si mostri nella gamma di forme, di toni, di sfumature, dalla luminosità all’opacità, al buio, dalla prima tenue luce dell’alba all’ultima di un sole che sta per sparire. Non sono sicuro che si rispettino i bambini circoscrivendo il loro campo di protezione, di educazione, di relazione alla famiglia. Le radici e le ali sono due dimensioni che consentono la conquista dell’autonomia, della distanza dal noto per l’esplorazione di ciò che non si conosce e l’incontro con ciò che neppure si immaginava esistesse. Non sono sicuro che si rispettino la famiglia e i bambini, che in questa vivono attribuendole responsabilità che non le competono e che da sola non è in grado di sostenere: è un gioco pericoloso e ambivalente al quale talvolta si assiste. La stessa famiglia ritenuta inadeguata a sostenere compiti che la contemporaneità impone di ridefinire e rinegoziare è quella che dovrebbe farsi carico della ricostruzione di tessuti connettivi sociali e valoriali che, al di fuori di lei, vengono quotidianamente disconfermati. Attenzione, mi sento di poter dire, alle facili responsabilizzazioni per cui ciascuno di noi bada soltanto ai figli propri e non ha occhi, perché non ritiene di doverli avere, anche per quelli con i quali questi stanno camminando verso il futuro. Attenzione, mi sento di dire, all’attribuzione ai genitori di funzioni che non sono né alla loro portata né di loro competenza. Potrebbe essere un modo per chi ha il compito e le responsabilità del sistema del welfare (che non di sole famiglie è fatto) per deresponsabilizzarsi, chiamarsi fuori dal gioco creando recinti di competenze anziché logiche di responsabilità diffuse e condivise tra i diversi attori e le diverse responsabilità sociali.
Attenzione, mi viene da aggiungere, a non invadere eccessivamente con professioni sociali di aiuto, che insegnano a fare i genitori, i territori della domesticità, confermando svalutazioni, incapacità, debolezze e inadeguatezze. Non sono sicuro che rispettino i bambini e i ragazzi gli adulti di gomma, quelli che sono propensi a modellarsi, per principio o per comodità, sui desideri dei figli, creando confusione tra il bisogno, il desiderio, il possibile, il legittimo e il non legittimo. Così come i genitori che hanno così paura di invecchiare da infantilizzarsi diventando solo compagni di giochi e non anche compagni di strada, più esperti di mappe, di orientamento, di confini, di percorsi agevoli e di strade da praticare con maggior attenzione. Non sono sicuro che rispettino i bambini e i ragazzi le scorciatoie che talvolta vengono prese nel trasformare in categoria diagnostica, momentanei periodi, per la loro distonia con il mondo e soprattutto con le nostre idee di mondo e di comportamenti idonei.
Da un po’di anni si è diffusa la parola iperattività, si sono affermati protocolli diagnostici e curativi assai discutibili e discussi.
Non è male guardarci con attenzione: sarebbe approssimativo e poco utile attribuire le ragioni di questi comportamenti a un anonimo effetto dell’iperattività dei nostri processi comunicativi, dell’ansia da performance, dalla moltiplicazione di quantità, ritmi, pervasività dei linguaggi mediatici; lo sarebbe altrettanto, però con un effetto più pericoloso, confinare esclusivamente in un soggetto con deficit di attenzione e irrequietezza difficilmente controllabile, le possibili cause di questo suo comportamento. Non sono sicuro che rispettino i bambini quelli che hanno deciso che vanno respinti al largo delle nostre coste insieme agli adulti che sono con loro o quelli che considerano il minore non accompagnato un “nemico in minore” o quelli ancora che amerebbero celebrare il natale con il loro paesino, un mondo piccolo, un piccolo mondo per gente piccola, senza clandestini. Così come quelli che quando sgomberano un campo rom preparano loro la sorpresa per quando tornano da scuola. Le loro case-baracche, le uniche che avevano però, non ci sono più. Le ruspe che le hanno abbattute non hanno un nome, ma chi ha deliberato di usarle ha un nome e un volto e molto spesso riceve appoggio e conferme per l’operato, e attestati di stima.
Ho espresso molti dubbi, non ho, come dicevo in apertura fatto analisi sociologiche. Dubbi dei quali avvertivo l’esigenza di parlare, come uno che si è occupato da anni e per anni di educazione, con qualcuno come voi che oggi è coinvolto in una riflessione molto importante e impegnativa. C’è un dubbio che non ho. Riguarda molti compagni di strada che quotidianamente si occupano dei bambini e sanno anche preoccuparsene, persone dei servizi, insegnanti, operatori sociali, aministratori non troppo distratti. Della loro disponibilità a proseguire questa riflessione sono certo; anzi è il lavoro al loro fianco, con una vicinanza fisica o per informazione, che mi ha aiutato a dare forma e comunicabilità ai miei dubbi. Si tratterà, e ne sono sicuro, di un’azione e di un pensiero quotidiano.
E ci sono una preoccupazione e un obiettivo che credo di poter condividere, così estesi da poter contenere il problema del maltrattamento dei minori, il lavoro di prevenzione e il lavoro di cura insieme a quello della violenza sottile, così sottile che talvolta lascia ferite profonde, ma non troppo visibili.
La preoccupazione è quella di non educare i bambini e i ragazzi alla sudditanza, di insistere perché possano viversi e vivere come cittadini consapevoli, come abitanti di una porzione di mondo che non può essere pensata se non come parte di un tutto, un tutto però disuguale. È la consapevolezza di questa disuguaglianza che ci consentirà di accedere al rispetto, cominciando a dire non più e non soltanto “poveri bambini”, ma a parlare di “bambini poveri” perché i loro genitori sono poveri e per ragioni certamente diverse da una disattenzione o un intento punitivo del demiurgo del mondo. O forse la nostra attenzione ai minori si deve arrestare non appena questi conquistano la maggiore età?
( Scarica l'articolo in formato P.d.f..... Piero ) ..........
 
 

Associazione "Rina Erica"
Ente gestore della Scuola dell'Infanzia "Rina Erica" e dell'Asilo Nido "Il Fagiolino"
Via dei Prèe, 6 - 21020 BRUNELLO (VA) - Tel./Fax 0332-459880 - e-mail: ass.rinaerica@alice.it